le mie..

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Sunday, November 11, 2012

Nuba, novembre 2012


Molte volte spendere parole sembra significare poco o nulla.

Ciò che segue è una breve e ironica interpretazione che il sottoscritto ha voluto dare della lettera che il popolo Nuba ha spedito alla comunità cosiddetta internazionale, riguardante la loro situazione, o meglio ciò che di loro rimane.

<<Chi scrive, chi si permette di disturbare il gentil pubblico, sono le mani del popolo Nuba, già proprio noi, noi dei settanta linguaggi, noi delle cerimonie del fuoco, noi del sangue di capra cosparso sulle malandate porte delle nostre capanne, noi della non proprio buona Merissa, noi della lotta alla vigilia del raccolto, noi delle madri in dolce attesa con le asce per scacciare il maligno, noi discendenti degli egiziani in fuga dal re Psammetichus.

Noi vi domandiamo quali parole usare per rispondere ai nostri affamati e stremati figli, le volte, tante, troppe, cui ci chiedono semplicemente, Perché?

I vostri sono vocaboli troppo grossi e vuoti:. risoluzione 2046, di quale strana matematica ... No fly zone, le bombe continuano a cercarci … accordi di Addis Abeba, mai rispettati … Unione Africana, ma di quale Africa parlate … Nazioni Unite, unite se conviene.

In tutto ciò non troviamo di che sfamarci, di che sperare, di che vivere. 
Sono 17 mesi che stiamo morendo, e l’unica cosa certa è che per voi, noi Nuba, non rappresentiamo una priorità>>.


Distinti saluti da un popolo, i Nuba, quasi Estinto.


I Nuba e l'ingenuo scribacchino.