La caffettiera
più piccola, quella da una tazza e mezza, quella posata su di un tavolo povero,
a margine di esso la piccola Mary, una donna cui non ho mai desiderato
conoscere l’età.
È tanto tempo che so di lei, non aver condiviso di più, è tra i miei imperdonabili peccati.
Adoro sentirla
raccontare, ogni volta una storia nuova, che narra della gente fatta di stracci, che
lei accoglie.
Tre ragazze mi
dice, il cui volto è sfigurato dall’ignoranza, quasi inutile conoscerne la vera
causa.
Entrambi i loro genitori scelsero quella che in molti definiscono la via più semplice, le lasciarono sole, con tantissimo nulla, ma con una lingua unicamente loro.
Non conoscevano
cosa fossero i vestiti, come potersi soffiare il naso, come mangiare, come esprimersi.
Mary le
ha insegnato come.
Scorgo il
loro sguardo, deturpato sì, ma per nulla rivestito di vergogna.
Altra gente
vive fra le pareti di fango della piccola Mary, una famiglia allargata, fatta di
speranza.
Cara Mary,
non ti chiederò mai l’età, e se tu me la dicessi, stai pur certa che le mie
orecchie per la prima volta non ti presterebbero ascolto.
Emma, Miriam
e tu Mary … vi voglio bene.
Il vostro ingenuo scribacchino.
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